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18 novembre 2009

La famiglia Obama contro Thomas Pynchon

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parola di Wiki*:

- la madre di Obama (1942-1995) era stata chiamata "Stanley", come suo padre, perché il padre voleva un maschio

- da bambina e da ragazzina veniva chiamata da tutti "Stanley". e non solo, visto che tutti i ragazzini la prendevano in giro "lei si scusava di ciò ogni volta che si presentava in una nuova città"

- finalmente al college, 17-18 anni, si inizia a far chiamare con il suo middle name, Ann (fiuu), ah, nel mentre era una stata una teenager tosta, indipendente, femminista, che metteva in dubbio l'autorità dei prof, atea o agnostica. stiamo parlando di una ragazzina degli anni 50.

- il padre e la madre di Barack si sono incontrati nel 1960 al corso di Russo (!) dell'università delle Hawaii (e Barack sr già aveva lasciato una moglie incinta in Kenya, ma ad Ann-Stanley lo dice tre anni dopo, sostenendo di essere divorziato). A 18 anni Ann-Stanley rimane incinta e si sposano.

-la sorellastra di Barack Hussein Obama, che mamma Ann-Stanley ha dal secondo marito Lolo Soetoro, si chiama Maya Kassandra.

- Ann-Stanley era un'antropologa, o meglio nel 1992, alla tenera età di 50 anni prese il suo dottorato in antropologia, nel mentre, dopo il secondo divorzio, si era viaggiata l'Indonesia, il Pakistan, fra microcredito, Peace Corps e qualche ONG.

- Ann-Stanley era una lontana cugina di Dick Cheney (sapevo della parentela, ora so pure da chi dipende)

- Ann-Stanley collezionava tappeti (batik) indonesiani e altri prodotti tessili, e la sua collezione nel 2009 è andata in giro per tutti gli States.

Insomma, con Stanley-Ann, bigamia, corsi di Russo, antropologhe femministe, etnie kenyane, Dick Cheney e soprattutto Kassandra con il K, direi che in questo scontro con Pynchon, o con qualsivoglia romanzo postmoderno, vince la famiglia Obama-Dunham**

*rendiamo grazie a wiki

05 novembre 2008

Miss America & Mr Obama (goes to washington)


Quando ero bambino, sarà stata la prima elezione di Clinton, mi ricordo andai
in un bar e sentii un po' di gente che parlava delle elezioni americane, erano quella notte e loro sarebbero stati svegli a vederle. A me sembrava proprio una cosa strana, bizzarra, che qualcuno stesse sveglio la notte -sempre stato pigro- per l'America, per una cosa molto lontana e strana, e da bambino forse mi attirava più di quanto mi attiri adesso.

Poi stanotte ho fatto nottata, l'avevo fatto solo per le elezioni nostrane, e mi son trovato a seguire siti vari americani ed un po' di borghesia blogger-chic (di cui ogni tanto uno rischia di far parte), quella un po' eccessivamente innamorata di Barack. E stavo lì a sentire "hanno chiamato (che vuol dire assegnato) la Virgina", "qui il distacco è in double digit (doppia cifra, presa dallo sport st'espressione)", e speravo proprio che ce la facesse. Ci speravo molto più di quanto pensassi, e non solo per il terrore per McCain, vecchiaccio guerrafondaio ed iperliberista. Poi magari fra vent'anni guarderemo ad Obama e ci ricorderemo di come abbia dato il colpo definitivo alla trasformazione della politica in spettacolo, o peggio in religione. Però almeno è stato un bello spettacolo. Che con noi non c'entra niente, sia molto chiaro, come dice l'immancabile Leonardo, lucido ed affilato:

Paradossalmente l'exploit di Obama in Italia è impensabile proprio perché noi andiamo a votare quasi tutti. Non c'è nessun ventre molle in cui affondare. Le parti sono fatte più o meno dal 1994: metà centro-sinistra, metà centro-destra. L'alternanza non la fanno i cosiddetti indecisi, ma i transfughi, le leggi elettorali in continua evoluzione, le composizioni e scomposizioni di alleanze e cespugli, e infine gli astensionisti (che spesso praticano un astensionismo consapevole e selettivo: rifondaroli delusi da D'Alema nel 2001, berlusconisti mosci nel 2006). Il fatto che una democrazia iper-partecipata non sia per forza una buona democrazia è di un'evidenza che personalmente mi schianto

Comunque io oggi sono contento, molto contento per questa elezione di Obama, anche se non so e non penso che porterà il cambiamento che potrei sperare. Però ha già portato un cambiamento, un enorme cambiamento, quello che dicono tutti, che fa commuovere, quello razziale. Molti degli afro-americani intervistati ripetono "ora abbiamo un modello per tutti i bambini, sanno che possono farcela", e sta cosa è più vera del vero, purtroppo abbiamo ancora bisogno di modelli antirazzisti. Anche in varie parti dell'Africa ci sono feste e giubili, perché giustamente in molti la sentono come loro vittoria.




Nella soddisfazione e un po' nell'invidia per gli americani, così naïf da poter ancora credere in qualcuno, non posso però rammaricarmi per il fatto che la "proposition 8", ovvero il referendum per abrogare il diritto dei matrimoni omosessuali in California, pare sia praticamente passato, ahinoi con il grande contributo della comunità afro-americana.

L'amico Nullo riporta questo commento:
There is something so indescribably wrong about voting to remove the barriers of one injustice, while simultaneously voting to shore up the barriers of another.
e poi chiosa amaro -era pro Hillary, capitelo:
much more simply, this might show that people, even in ultra-liberal California, did not vote for Obama to tear down the racial wall.

04 novembre 2008

Obama visto da qui, periferia dell'impero




Sulla stampa di ieri parecchia destra nostrana, da Frattini a Chiara Moroni, si schierava con Obama con improbabili paragoni con Berlusconi, e il Giornale, marciandoci ma neppur troppo, scriveva netto che Obama non è di sinistra, né di destra, ma post-ideologico, post-razziale, bipartisan. Oggi la confidustria, alias il Sole 24 ore, alias Stefano Folli, scrive che Berlusconi si prepara a fare di Obama il nuovo Blair, che paura. Il manifesto invece, con quel fine americanista -se si dice così- che è Marco D'Eramo, nello schierarsi con Obama, legge le elezioni di oggi come un referendum sul razzismo, sull'economia ché perfino «il moderatissimo Obama è stato accusato di socialismo», e sul genere -vedi Hillary Clinton e Sarah Palin. Insomma il manifesto vede in Obama, pur conscio del suo scarso progressismo, una possibile frattura al neoliberismo, anche se come scrive bene la Rossanda è più una speranza che una previsione basata sulle dichiarazione del candidato Obama. Certo, dico io, sarebbe bello che quell'ideologia nata a Chicago con Milton Friedman venisse spazzata via da un nero, anzi un meticcio che è meglio, e che proprio a Chicago ha fatto il community organizer. Ma questo son io che voglio fare il romanziere, in realtà nemmeno ci spero lontanamente.

Ieri sera da Gad Lerner, all'Infedele, ho sentito definire Obama in vari modi, un intellettuale, che mi pare eccessivo, un leader post-razziale, un uomo del cambiamento -nessuno specificava "in meglio", ché si può anche cambiare in peggio-, uno che non appartiene alle elite dei vari partiti, insomma un po' di tutto. L'unica cosa veramente interessante l'ha detta Gabriele Romagnoli, spiegando che visto che mr Barack Hussein Obama, per storia familiare e soprattutto colore della pelle, non poteva far scattare l'identificazione con l'elettore medio, non poteva far scattare l'effetto "sono come te", "sono quello con cui andarsi a bere una birra", ed allora ha puntato all'effetto messianico, dall'alto, all'uomo nuovo. Ad un vecchio uomo nuovo dico io, con il suo essere bipartisan in maniera ideologica, centrista e religioso, devo dire che però si è costruito proprio bene l'immagine, fra Kennedy e Regan, con un intelleginte gioco di celebrità.

Comunque, anche da qui, dalla terra che ha copiato pure il nome del partito americano, oltre che gli spostamenti a destra, forza Obama, pur tutti i se ed i ma che da sinistra verrebbero da fare. Mi viene in mente Chomsky -il quasi guru della sinistra ribelle americana- che nello scontro fra Kerry e Bush invitava a votare per il primo, nonostante le non eccessive differenze fra i due, perché il potere, il potere di un presidente americano, è un tale effetto moltiplicare che da piccole differenze di partenza si arrivano a grosse differenze per il mondo. Speriamo che questa volta le potremo davvero vedere.

05 giugno 2008

McCain vs Obama, ovvero Nonno Simpsons contro il dottor Hibbert

All'America si è chiusa la partita per la nomination democratica, Lei ha perso le primarie come na Rosy Bindi qualsiasi (ok, un po' più di voti, ma è il risultato che conta) e Lui si prepara al match quello vero. Ed allora qua tocca leggere lo scontro di novembre con le inoppugnabili e decisive categorie della più raffinata, e continuativa, analisi sociologica dell'America: I Simpsons.

Ed allora non c'è scampo, McCain vs Obama nei termini dei Simpsons non è altro che Nonno Simpson vs il dottor Julius Hibbert.

















Nonno Simspon, come Nonno McCain, non fa altro che rifugiarsi nel suo ipotetico passato mitico, ovvero quello che li ha visti combattere, Abraham nella seconda guerra mondiale e John in Vietnam con relativa prigionia. Condividono entrambi una spiccata attitudine all'irosità e un brutto carattere, entrambi si addormentano spesso e di botto e cadono in stati confusionari e contradditori (McC è famoso per aver votato nei suoi anni al parlamento tutto ed il contrario di tutto), e soprattutto sono vecchi e tutti stanno lì a dirgli «guarda che sei vecchio», «c'hai na pessima salute», ché in loro presenza pare non si riesca a parlare d'altro.



Obama e Hibbert invece sono due black guys affermati, provenienza dal mondo delle professioni, avvocato l'uno e medico l'altro, insomma upper class afroamericana, entrambi con sofisticata black wife accanto -somiglianti non a caso anch'esse fra loro - e un po' di pargoli, tutti e due giovini ma non troppo e con sorriso smagliante, che Hibbert adopera nevroticamente anche per le pessime notizie, il che mi pare estremamente coincidente con la strategia di Barack.
Se poi qualcheduno dotato di buona memoria ed adeguata cultura simpsoniana, stesse qui pensando «Ma come, sto tizio del blog col nome stupido è rincoglionito, non si ricorda la puntata in cui fanno vedere che il dr Julius Hibbert fa parte del Partito Repubblicano di Springfield?», beh, sinceramente non potrei che replicare «appunto».

UPDATE: come Alex mi fa giustamente notare sia Hibbert che Nonno Simpson fanno parte dei Tagliapietre (sorta di massoni di Springfield). E direi che ci vuole dunque un altro «appunto!».

08 maggio 2008

She's over...

Nel giorno in cui il mio paese viene ferito dall’ennesima lista berlusconiana (quella col Ministero della semplificazione mentale), un’altra brutta notizia arriva da oltreoceano.
She’s over! Hillary non ce l’ha fatta a rimettersi in carreggiata e ormai non ha praticamente più speranze di ottenere la nomination democratica.
Non mi permetto di fare analisi ma quello che è sotto gli occhi di tutti è che le si aprono due strade: continuare la lotta o accettare la vicepresidenza.
Dato l’arcaico sistema elettorale americano (che sembra la parodia di una canzone degli ABBA) Hillary è, senza ombra di dubbio, avvantaggiata rispetto ad Obama nello scontro con McCain, avendo in tasca California, Florida, Ohio e Pennsylvania.
Inutile dire che nello scontro fra l’insopportabile giovane bacchettone e il vecchio pazzo neocon, ci toccherà sperare in Obama, ma la strada sarà più ardua del previsto.
Il punto è che se Hillary sarà al suo fianco come candidata alla vicepresidenza, per Obama sarà tutto più semplice, ma per lei, non più giovanissima, legare le sorti ad un ragazzetto inesperto di buone speranze sarebbe disastroso nel bene e nel male. Se lui farà bene, lei sarà in ombra. Se lui farà male crolleranno insieme.
L’alterativa sarebbe farsi da parte e aspettare il cadavere del suo nemico. Se Obama perdesse le elezioni nazionali tra 4 anni la Clinton trionferebbe senza problemi e avrebbe ancora speranze.
Il dilemma è questo: sperare di consegnare l’arsenale nucleare americano nelle mani di McCain, per poi riprenderselo tra quattro anni, oppure mettersi disciplinatamente in fila dietro l’insopportabile novellino (profeta alla Tremonti del protezionismo cristiano) e tornare a giocare il ruolo da comprimaria alla Casa bianca evitando al mondo, dopo 8 interminabili anni bushiani, 4 (o peggio 8) anni con alla guida degli Stati Uniti un infelice misto tra Sarkozy e il dottor Stranamore?