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11 maggio 2010

Gli attacchi (rimossi) di Saviano al capitalismo


ilpost.it oggi lancia un doppio intervento di Facci & Socci (per gli dei) dal titolo “Spiegate a Fede che Saviano non è comunista” -per chi non lo sapesse Fede ha detto delle stronzate su Saviano da fare ribrezzo perfino ad un Socci evidentemente.

Ora, io Gomorra lo lessi ai tempi, quando uscì, e non lo ricordo in ogni suo passaggio, ma ricordo distintamente Saviano descrivere il sistema infame e mostruoso attraverso cui le grosse imprese italiane fanno affari con la camorra, dai cucitori di abiti per Angelina Jolie in conto di non so quale marca d'extra lusso allo smaltimento dei rifiuti industriali. Ma nel denunciare l'intreccio fra criminalità e imprese, Saviano non lo vede come una distorsione del mercato, ma come una sorta di inevitabile conseguenza del capitalismo (anzi, una sua essenza).

O meglio, Saviano afferma che i metodi camorristici per ottenere appalti, riciclare soldi, spacciare e quant'altro siano di fatto una piena realizzazione del capitalismo neoliberista, insofferente (oggi mi vengono fuori degli eufemismi giornalistici, tant'è) a qualunque regola e vincolo. Non so se questo sia comunismo, ma una bella botta al capitalismo la dà.

Ho cercato al volo delle citazioni al riguardo, ed in effetti nel testo non sono pochi i riferimenti chiari e diretti. Ce ne sono alcuni che forse sono un poco obliqui:

-c'è il Kalashnikov «vero simbolo del liberismo, [...]non importa chi sei, non importa che pensi, non importa da dove provieni, non importa che religione hai, non importa contro chi e a favore di cosa, basta che quello che fai lo fai con il nostro prodotto» (p.150),

-c'è un'analisi dei cambiamenti del mercato della droga a Secondigliano e non solo letti nei termini di «laissez faire, laissez passer. Liberismo totale e assoluto. La teoria è che il mercato si autoregola. [...] La liberalizzazione assoluta del mercato della droga ha portato a un inabissamento dei prezzi.» (p.57)

-frasi più nette e sbrigative del tipo «Tutte le merci hanno origine oscura. È la legge del capitalismo» (p.25), o i camorristi visti, con una certa inventiva, come «samurai liberisti» (p.97)

Ma oltre a questi attacchi, che son più facili -ma nemmeno troppo- da eludere, ad un certo punto Saviano esplicita chiaramente la sua idea, quando scrive:

Non sono gli affari che i camorristi inseguono, sono gli affari che inseguono i camorristi. La logica dell'imprenditoria criminale, il pensiero dei boss coincide col più spinto neoliberismo. Le regole dettate, le regole imposte, sono quelle degli affari, del profitto, della vittoria su ogni concorrente. Il resto vale zero. Il resto non esiste. (p.97)

Online di tali temi se ne trovano alcune tracce, ma ahimè di questa sua tesi mi pare se ne sia parlato davvero poco, e purtroppo (comprensibilmente, ha bisogno di visibilità e consenso per proteggersi) non ho sentito Saviano ribadire il concetto. Si è preferita questa ecumenica idea di eroe bipartisan, che combatte trasversalmente la criminalità, invece di uno scrittore schierato, di parte (questo è il male del veltronismo, da quello che ne ho capito), che si azzarda e si arroga il diritto di provare a dare spiegazioni forti, che si contrappongono ad altre visioni della realtà -sì, questo blog prova a continuare ad occuparsi della realtà.

Insomma la rimozione (nostra prima che sua) di questi tesi del suo libro è inquietante, ma non possiamo continuare a propagandarla con tanta facilità; molti dei bloggers moderni e esterofili che fanno parte de ilpost.it esaltano spesso il fact-checking di tradizione angloamericana (fare le pulci e controllare quanto altri giornalisti, politici e simili affermano), il direttore Luca Sofri ha una sua propria rubrica sulla Gazzetta dello Sport che si occupa di questo, beh, sarebbero pregati di maggiore coerenza.