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05 marzo 2012

Vita, sorte e miracoli di Lucio Dalla, ovverosia due o tre cose che so di lui.



Gli elaboratori hanno per sorte 
 di aiutare l'uomo a vincere la morte.

Roberto Roversi

Lucio Dalla era, è stato, sarà anarchico (il cucciolo Alfredo), comunista, ateo e bestemmiatore e insieme pagano (Siamo dei), cattolico, a un certo punto perfino baciapile disperato erotico, stomp, una checca che fa il tifo, il più grande pianista italiano in do, il gigante e la bambina (l’inverno è neve, l’estate è sole), un bambino di fumo, sempre in giro a cercare per le strade, un uomo come me, un linotipista, uno stronzo, Sancho Panza, un marinaio con la sua giubba in mezzo al mare, solo come una scarpa su un biliardo pronto per un nuovo imbarco, a far suonare un pianoforte lasciandoci dentro anche le dita, una macchina negra ma adesso lo chiamano Zebra da quando gli han messo le braccia di un bianco di nome John, un latin lover con la faccia da Beethoven e un paltò se non mi sbaglio blu, un angelo alto biondo invisibile che bello che sarei seduto fumando una malboro al dolce fresco delle siepi, un siciliano, Domenico Sputo, un mistico, un santo forse un aviatore, con cinquanta chili d’ossa e un fisico eccezionale, paff bum.

Al Busker Festival di Ferrara nel 1989 con Jimmy Villotti

Negli anni ‘60 pare (siamo un po’ nel mito, non v’è certezza, ma non ha nemmeno senso cercarla) che a andasse in giro con delle ciliegie che pendevano dalle orecchie, appese per quel ramoscello che le tiene insieme. Ogni tanto si presentava con una gallina al guinzaglio.

Sempre in quegli anni (uscirà nel '70) scrive il primo, e per lungo tempo l’unico, testo di una canzone, Non sono matto, o la capra Elisabetta, la cui musica è di Gino Paoli. È la storia, anzi la messa in canzone, di uno sproloquio, di gelosia e disperazione, durante un processo. Molto bella, già qui parla e canta insieme.

La collaborazione con Roberto Roversi, tre album dal '73 al '77, termina con Dalla stremato e con un’ulcera perforante, sotto l’enorme pressione del poeta, più anziano, austero e sobrio, comunista e lirico, uno strano padre. Sfibrato, stanco, dopo questa scuola, rinasce cantautore, sgorga il flusso, non quello terso e distillato di Roversi, ma quello impastato dell’oralità, del parlato a perdifiato e pieno di inflessioni che si fanno cantato. Scrive così nel '77, dopo ben quindici anni di testi di canzoni altrui, a trentaquattro anni, il suo primo/secondo testo, Com’è profondo il mare, e l’acqua qui ha molto a che fare con questo suo flusso di parole e con riscoprirsi, rinascere e inventarsi anche scrittore - scrivente, paroliere, parolaio, non so bene come dire - dopo essersi inventato cantante, attore, personaggio televisivo e tante altre che verrano. Roversi stesso elogerà più volte Come è profondo il mare come una delle sue canzoni più riuscite, come una fusione di linguaggi in una sola voce: c’è l’ordinario, il quotidiano, il dialettale, lo smozzicato, il poetico come il rubato, l’ermetico che si scioglie in un discorso che sembra aver senso proprio perché scorre, continua e non si interrompe ma piuttosto a un certo punto muta, con un po’ di trucco e un po’ di mimica, in canto -queste mezze categorie qui le dico io, ché non mi sono andato a rileggere Roversi, ma spero rendano almeno un po’ l’idea.

Roversi, fra le altre cose tutte bellissime, gli fece musicare, cantare e interpretare un listino di borsa, La borsa valori. E Lucio Dalla ce la fa così bene - raccontava di viaggi Bologna-Roma, che però valevano quanto un Palermo-Francoforte, per andare a reincidere una sillaba o una frase che non soddisfaceva Roversi- che si arriva ad imparare a memoria questa sequela di nomi di aziende, quotazioni e riporti finali al mese di Novembre - perlomeno a me è successo. Qui i due stavano giocando con i limiti e le possibilità della canzone - avanguardia la si potrebbe chiamare, ma no, è più giusta la perifrasi- senza manierismi, senza autocompiacimenti, non abbandonando mai la musicalità, la musica e il ritmo.

Ne Il futuro dell'automobile e altre storie, lo spettacolo scritto con Roversi a metà anni ‘70, faceva un numero divertentissimo con il clarinetto, fra gramelot e scat, smontandolo, giocandoci; ne lessi una recensione entusiastica dell’epoca da parte di Dario Fo, purtroppo non la ritrovo. Qui lo rifà a fine anni '80.

Canta per ben due volte Ulisse, una proprio su parole di Roversi, Ulisse coperto di sale, un’altra in Itaca con il testo di Baldazzi e Bardotti, dalla prospettiva dei marinai.

Proprio Ulisse coperto di sale è stata campionata dal rapper Timbaland nel pezzo Indian Carpet dell'album Indecent proposal nel 2001. Anche un altro rapper, The Alchemist, la usa in un suo o pezzo.

In Itaca il coro un po’ sgangherato, mai in perfetto unisono, dei marinai di Ulisse che si lamentano delle avventure del capitano avventuriero, e che vogliono solo ritornare a casa, è fatto dai dipendenti degli studi della Rca a Roma, impiegati, operai, macchinisti, baristi. L’idea fu di Dalla.

Le sue canzoni sono state spesso ricantate in altre lingue. Da Chico Buarque de Hollanda che ha rifatto 4 marzo 1943, che diventa Minha Historia, passando per bande mariachi, fino a Olivia Newton John, con Tutta la vita - il titolo è in italiano- e un bizzarro video a bordo di una portaerei. E sorprendentemente la canzone rimane bella.

In Cinema, un pezzo di Henna del 1993, forse l’ultimo album con dei grandi guizzi, partecipa Mastroianni, con una sola frase, ripetuta, ma che lascia un segno (di che? non lo so dire, forse di stralunatezza e insieme di grande semplicità) sul brano, se non sull’intero album: «Dimmi dove vai?» «Vado sulla Luna» «Posso venire con te?» «Ma lassù piove».

In Tania del circo, pezzo strumentale, suona il sax con il pianista jazz Franco D’Andrea. C’è un testo nel libretto del disco e un consiglio, «Cantatelo voi».  

Nel 1990 su Radio Due intervista il suo amico Federico Fellini -che pare si addormentasse spesso ai suoi concerti- e Fellini a sua volta lo reintervista, insomma è una chiaccherata. Qualche sant’uomo l’ha messa su youtube. È un po’ che non la risento, ma ricordo Fellini che racconta delle sue brevi e fugaci lezioni di piano con una bella maestrina -non so se la chiamasse maestrina, ma suona-, lui innamorato e spaventato della musica anche se completamente ignorante (avevo scritto ignorato) al riguardo. Ed entrambi, il regista con la vocetta sottile e il corpaccione romagnolo, e il cantante irsuto e piccolino dalla voce strappata non si sa bene a chi, si confessano di avere bisogno di qualcun altro, di una conversazione, di un interlocutore o di una faccia, per pensare e sentire di esistere, e di sentirsi ogni volta cambiare, riesistere in forme nuove, proprio al cambiare delle persone a loro attorno.

È nato con il jazz, poi il beat negli anni ‘60, ha continuato folk, con Roversi ha fatto di tutto, dalla melodia alla ballata allo scat, poi ha preso ritmi funk, sincopati, per appoggiarsi e rilanciarli nel torrente delle sue proprie parole e note. Poi è andato verso un pop melodico, spruzzato di elettronica, arrivando anche al nazionalpopolare. Da bolognese ha scritto e cantato una (meta)canzone napoletana, Caruso, che poi non ha mai amato fino in fondo. Era un dilettante, speciale, mai specializzato.  Insomma Lucio Dalla ha cambiato tante volte - un album del 1993 si intitolava Cambio-, seguendo i suoni e la musica del momento, alle volte facendosi inseguire lui dalla musica e dal tempo, e negli ultimi anni i veri cambiamenti erano nei tentativi extramusicali, nelle regie di opere liriche, nei programmi televisivi, nella scrittura di un musical, ché era curioso, vivace forse vorace, e insomma si capiva che da un po’ di anni voleva e poteva più di tutto divertirsi, senza ulcere, con allegria, lui che si era disperato di averla cercata per una vita senza trovarla, anche se un po' di nostalgia non sembrava mai mancargli, un po' di frizzante malinconia. La sua vena musicale si era insomma inaridita, ma sembrava esser rimasto sempre sveglio, vispo, mezzo genio mezzo deficiente.

27 dicembre 2007

Lucio, dove vai? Si fa notte nel cielo

COMUNISTA
Canto l’uomo che è morto
Non il Dio che è risorto
Canto l’uomo infangato
Non il Dio che è lavato.

Canto l’uomo impazzito
Non il Dio rinsavito
Canto l’uomo ficcato
Dentro il chiodo ed il legno.

L’uomo che è tutta una croce
L’uomo senza più voce
L’uomo intirizzito
L’uomo nudo, straziato
L’uomo seppellito.
(Dalla, Roversi)

No, davvero, non gli credete. Lui è un situazionista -qualunque così voglia poi dire- il grande matt-attore di una perfomance contemporanea, da quando con le canzoni non ne azzecca più una, sparsa fra giornali/tv/concerti dove si dichiara sempre più religioso, per l'ortodossia e l'ortoprassia, in deliri pseudomistici e reazionari («a me piace la Messa Tridentina, bene ha fatto il Papa a liberalizzarla).

D'altronde mica potrete credere alle sue testè esternate sintonie con l'Opus Dei, che basti la vecchiaia, la morte che sta lì appollaiata ed i dischi che non ne fermano l'avanzare, a trasformare Lui che ha scritto Disperato Erotico Stomp, Quale Allegria, Siamo dei, Com'è Profondo il Mare, in un bigottello nazionalpopolare che ci piace tanto «San Josemaria», come lo chiama Lui, riferendosi al franchista Escrivà. No, tranquilli, ringraziatelo, seguitelo in questa progressiva messa alla berlina (che lui ci è stato con Bonetti) del ritorno fideistico di questo paese corroso da religiosi e ciccioni devoti; notate come non tradisca mai l'ironia di questa sua recita grottesca, come sottolinei con apparente sensatezza e placidità l'abisso di follia che la religiosità sta prendendo proprio facendosi intervistare dal giornale online Petrus che si occupa del pontificato di Benedetto XVI, come si immedesimi nella parte senza difficoltà alcuna, con grande facilità, davvero troppa mannaggia a lui (sì, mo è minuscolo). Ciao Lucio. sniff

09 settembre 2007

Caro PD ti scrivo...il tuo programma

Visto che col PD ci dobbiamo rassegnare ad un partito popular-populista, almeno toccherebbe trovare un programma non troppo malvagio, e visto gli ultimi tempi ho una mia, ma non mia, modesta proposta, come dire, se ci tocca Walter che almeno ci faccia sognare, unica sua presunta capacità:

sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno,
ogni Cristo scenderà dalla croce
anche gli uccelli faranno ritorno.

Ci sarà da mangiare e luce tutto l'anno,
anche i muti potranno parlare
mentre i sordi già lo fanno.

E si farà l'amore ognuno come gli va,
anche i preti potranno sposarsi
ma soltanto a una certa età,
e senza grandi disturbi qualcuno sparirà,
saranno forse i troppo furbi
e i cretini di ogni età.
(Lucio Dalla, L'anno che verrà)
Pregasi notare: i richiami religiosi, critici ma non totalmente distruttivi (i preti, pur sposati rimarrano preti e soprattutto 3 natali=ancor più Papa in tv), con annessi richiami mistici (luce tutto l'anno, gli uccelli che ritornano, Cristo che scende dalla croce che può alludere alla liberazione dalla teologia sacrificale ed annesse sofferenze così come ad un ritorno di Dio in campo), così si intercetta pezzi di cattolicesimo e di new age pop così come di anticlericali. E poi la promessa, spezzata in più parti per evadere la sua facile riconoscibilità, di panem et circenses (il mangiare e le feste), dunque l'atmosfera, confermata dalle gaurigioni degli infermi, è garbatamente miracolistica, senza che però ci si affidi ad un leader/dio/politico/sindaco-che-gli-piace-il-cinema, bensì all'anno entrante, alle sorti progressive del paese, insomma c'è una chiara filosofia della storia marxisteggiante alla base.

L'invito all'amore libero come richiamo alla sinistra radicale (tranne Cossutta, che per decidersi sta ancora aspettando una direttiva del PCUS), il chiaro riferimento ai furbetti del quartierino ed alla loro scomparsa che tanto allieterà il popolo girotondino -e me-, così come la scomparsa dei cretini come affermazione della meritocrazia che tanto piace ora nel centro-sinistra in nome del libero mercato (!), completano il quadro di un programma oserei dire geniale. E notate che il tutto è del lontano poliedrico '78.