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03 ottobre 2008

Rosa Alberoni e l'urlo della scimmia: il creazionismo come religione a sè


Rosa Alberoni, la moglie di quello che ha inventato il Mulino Bianco, non paga delle cattedre ricevute e del cotanto marito, si è da un po' convertita non al cristianesimo ma al creazionismo, ché quasi si sta affermando come vera e propria religione a sé. Ieri un notevole articolo di giornalettismo dall'appropriato titolo Rosa come un romanzo di poca cosa riporta in merito questa sua dichiarazione:
perché mescolate il sacro con il profano? Perché una teoria viene parificata alla realtà? La Creazione non è una teoria, è una realtà forgiata da una mano potente, una realtà certificata da tutto il creato, che è misterioso e sconfinato, e controfirmata dalla venuta di Cristo, che l’ha consacrata con la sua Parola. Quindi la Creazione non è oggetto di discussione, né di opinione, ma di acclamazione. Per confutare la teoria darwinista basta il buon senso: nessuna teoria é capace di creare il cielo e la terra, e tanto meno quel mistero che é l’essere umano.
Ho sentito resoconti di suoi comizi infuriati e quasi ebbri di rancore in chiese disposte a concederle i pulpiti per arringhe anti evoluzioniste, e per un semplice girare del caso una volta a momenti non mi ci imbattevo anch'io in quel di Palermo. E quindi le precedenti parole me le immagino pronunciate con furia nervosa, bava alla bocca, rabbia offuscante, insomma da una mezza pazza. Ma sfortunatamente per lei e fortunatamente per noi, la follia non la si controlla ed a volte parla per noi, al nostro posto, la citazione di sopra è infatti, per lo meno alle mie orecchie, una sublime smentita di qualunque possibile critica che il creazionista può fare al darwinista. Nella sua foga esaltata, la Rosa di poca cosa sta separando nettamente il piano ontologico-epistemologico (brutte parole lo so, ma c'ho solo queste) del creazionismo da quello della teoria dell'evoluzione. Negare lo statuto teorico al primo, innalzarlo nemmeno a verità ma "a realtà forgiata da una mano potente", a fattualità che è mistero di fede (?), insomma a roba che puoi solo "acclamare"(devo dire che c'è del genio qui, quindi l'avrà presa l'espressione da qualche mistica del '600, non può essere roba sua), scardina qualunque possibile confronto con Darwin ed amici, che di acclamazioni non mi pare si siano mai occupati, e stavano e stanno lì a discutere, a cercare prove, insomma a fare quella cosa che imperfettamente si chiama scienza. Insomma Rosa, sei tu a non dover "mischiare il sacro con il profano", non c'entrano niente.

La parte finale poi, pur tradendo l'enorme confusione che la attanaglia quando parla di "confutazione", è ancor più rivelatoria, quando dice in particolare che "nessuna teoria è capace di creare il cielo e la terra": insomma, quando lei sostiene il creazionismo non sostiene qualcosa che sia in qualche modo una spiegazione, una ricostruzione causale, fattuale (come fanno le teorie che competono per una convalida), il creazionismo di cui parla è la creazione (atto e risultato) stesso. Insomma il creazionismo è per lei evidentemente (il suo) Dio e non una strampalata spiegazione, come per gli americani che ci fanno pure i musei, di come (il suo) Dio abbia creato l'Universo solo qualche migliaio di anni fa, di come le varie forme di vita siano immutabili e di come ciò sia possibile viste le prove contrarie. Insomma ciò che sembra imputare a Darwin e soci, è la loro incapacità di creare la realtà, di non essere (il suo) Dio, ma nel qual caso se la potrebbe prendere anche con il suo scaldabagno, i fiumi, le rondelle, gli hot-dog, il marito, se stessa, i sassi in fondo al mare, l'economia politica, l'odore di muschio. Insomma Rosa in tutto il suo discorso, come tradiscono le sue stesse parole, non sta facendo altro che acclamare il suo Dio, non è che ragiona (vabbè, quello era chiaro) o propone qualcosa, non discute, non opina, semplicemente ripete stolidamente il nome di Dio (avrete capito che è il suo, di Dio), in una sorta di ripetuto urlo scimmiesco (te la sei cercata, Rosa):
I tend to think of paganism as a kind of alphabet, as a language. It’s like all of the gods are letters in that language, they express nuances, shades of sort of meaning, or certain subtleties of ideas. Whereas monotheism is just one vowel (vocale), and it’s just something like: oooouuh. It’s this monkey sound.

Alan Moore

15 luglio 2008

Tradizionalisti Impazziti: Gaudì e Dàvila

Ridurre la filosofia ad analisi linguistica equivale a supporre che esista solo un pensiero altrui.
Nicolàs Gòmez Dàvila, da In margine ad un testo implicito, p.92.

Dàvila è un altro di quei «tradizionalisti impazziti» di cui qui si è parlato altre volte. Ultra-cattolico ma frammentario, ha dedicato tutta la sua vita letteraria a brevi note ed aforismi, molti dei quali di stucchevole esaltazione della fede cui si stenta a credere ed a cedere vista la fulminante arguzia presente negli altri, monografie compresse a sfondo politico e filosofico che ricordano molto le Centurie di Manganelli, i suoi brevissimi «romanzi cui è stata tolta l'aria».

Ed a proposito di tradizionalisti impazziti- categoria che ricordo noi si deve a Montale che parla di Gadda- una recente visita a Barcellona mi ha fatto scoprire come lo stesso Antoni Gaudì, il folle, organico e plastico architetto catalano che in giro per il mondo si conosce per la Sagrada Familia, fa parte del gruppo, del team, della confraternita. Era un cattolico fervente, ossessionato da temi e motivi religiosi che voleva inserire anche nelle abitazioni civili che ricchi mecenati di Barcellona gli affidavano -per dire, la Pedrera doveva essere sormontata da una gigantesca Madonna, senonché i timori per le numerose rivolte anticlericali del 1907 fecero sì che il committente Milà bloccasse l'ultima parte del progetto. Condusse una vita di estrema religiosità, avversa a tutti i sommovimenti liberali o anarchici della Barcellona fra fine '800 e primi '900, andandosene in giro a narcotizzare animali ed a prelevare cadaveri di uomini e bambini così da poterne studiare le figure e crearne dei calchi, fino a che, causa un'estrema sordità, è finito investito da un tram, se volete qui simbolo dei tempi che cambiavano e lo travolsero. Che un personaggio così conservatore sia stato un artista così rivoluzionario, padre del movimento architettonico, e non solo, noto come "modernismo", non sorprenda, è proprio la grandezza dell'impazzimento che qui ci interessa. Certo, se dovessi provare a sottolineare lo specifico carattere rivoluzionario-conservatore di questi personaggi, a costo di contraddire quanto detto poche righe fa, parlerei della loro sterilità, del loro non essere alla fin fine padri di nulla, di nessun movimento, di nessun figlio artistico- il modernismo catalano dagli storici dell'arte vien fatto risalire a Lluìs Domènech Montaner più che a Gaudì, che se ne rivela semmai simbolo estremo ed incommensurabile.

Il semplice fatto è che chiunque avesse mai provato a farsi seguace di uno dei nostri tradizionalisti impazziti, a (non)progettare come Gaudì, a scrivere come Gadda o Landolfi e forse anche a motteggiare come Dàvila, sarebbe apparso più un emulo ed un imitatore che un allievo, data la strana unicità di tutti questi personaggi che non hanno mai dato vita ad uno stile in senso proprio, ad un qualcosa che altri potessero adottare; evidentemente seguire una contraddizione, tra il personale e l'artistico, è decisamente più difficile che percorrere le linee progressive e progressiste di altri geni più lineari (sempre che ne esistano), semmai ci si può far travolgere da essa.

05 febbraio 2008

Il tradizionalista impazzito

Sì, vero, i conservatori sono cattivi, reazionari catarrosi, abbarbicati alle loro poltrone ed altro mobilio scuro e fitto che affastella le loro case che son sempre buie e dall'atmosfera pulviscolare, gente che ti fa pensare a Metternich che si oppone con l'ombra del passato al sol dell'avvenire, però...

Riporta il nostro amato Tommaso Landolfi che «il Montale definì una volta (in viva intervista e senz’ombra di censura) il nostro diletto Gadda “un tradizionalista impazzito”», e della categoria nella letteratura italica ce ne son parecchi, Landolfi compreso: barocchi e densi, aulici ed artificiosi, che con un continuo horror vacui celebrano forse il timore che nemmeno il nulla esista, con consapevolezza e gioco intrecciati fra loro.

Vi sono però altri esponenti di questo stile di prosa e di vita, i conservatori veri e propri (ma tanto non sono tutti pazzi?): ieri mi sono imbattuto in una sorta di datato elogio del conservatore, del guelfo, vecchio articolo di Igino Giordani, che Malvino giustamente stigmatizza, smonta e paragona ad i recenti dibattiti clericali italiani. Nondimeno io sono stato affascinato dallo scorrere delle parole, irretito dalla sua certa inconsistenza confermata dalle ostinazioni linguistiche. Certo, l'intensità non regge per tutto l'articolo, ché il vizio dei tradizionalisti non ufficialmente impazziti è di avere paura della loro pazzia e provano a farsi passare per razionali (che folli!), però alcuni momenti valgono proprio la pena, ecco l'incipit, se vi suona leggetevi il tutto al link qui sopra:

Da un pezzo, dai primi secoli, ci si chiama i lucifugi, i cretini della società, ostriche attaccate allo scoglio cerebrale che è il dogma, punti fermi e acqua stagnante quando il pensiero moderno si evolve, statici quando la vita è dinamismo. Molta gente si è occupata di noi solo per i bassi servizi o per irriderci. E noi abbiamo tollerato troppo, ci siamo nascosti o piegati alla tromba di calunnie e dispregi rovesciataci addosso dal cosidetto pensiero moderno...

13 ottobre 2007

«Soltanto chi fabbrica scaldabagni o maniglie di ottone stampato è una persona degna di considerazione a Milano»

Un fulminante e diabolico inedito del gran lombardo Carlo Emilio Gadda, un'invettiva ferocissima contro i milanesi, che nel 1932, menzionando "fabbrichette" e mitologia "celtica" (ricorda qualcosa?), smonta in anticipo, affondando come un coltello, tutto quello che è accaduto nei settant'anni ora passati nella produttiva e retorica Milano. Il corrierone, che lo ha pubblicato il 3 ottobre scorso con il titolo "Chiusi, onesti, pieni di meschinità celtica, odiano i meridionali senza averne la forza", lo accompagna con un breve commento di Paolo Di Stefano.