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30 novembre 2009

La svizzera verde

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A me questo referundum svizzero che vieta la costruzioni di nuovi minareti mi fa venire in mente De Gregori, quando in Pablo cantava della «Svizzera verde», dove evidentemente però con la notazione di colore intendeva "leghista".

Ché De Gregori non è nuovo a queste previsioni, un po' di tempo fa, quando uscirono fuori le foto di Berlusconi in bandana, pensai a quel pezzo del 89 in cui cantava «Legalizzare la mafia sarà la regola del duemila, sarà il carisma di Mastro Lindo a regolare la fila», e ne parlai qui. Insomma, abbiamo trovato un nuovo Nostradamus, via alle esegesi.

28 maggio 2008

Locomotive e Bufali: per un'esegesi di "Per brevità chiamato artista"

Ancora esegesi de gregoriana –quella biblica pare occuperà raiuno per una settimana intera in ottobre-, ed ancora sulle contraddizione, sul gioco degli opposti congruenti che in De Gregori è centrale - lui è quello di Prendere e lasciare. Qui si parla della canzone manifesto, anche se un po’ sbrindellato, che dà il titolo al nuovo album, ovvero Per brevità chiamato artista. Questo gioco fra parole, prima opposte poi associate in schemi ripetuti ma spostati attraverso contraddizioni o straniamenti, a volte è veramente bellissimo, spontaneo, non sai che aspettarti da ciò che verrà, in altri casi diventa banale, ed io mi dispiaccio ché non ho ancora capito se una canzone la puoi amare a “pezzi” o no -i versi sì, li si fa a pezzi, ma la canzone mi sa che è un intero, tipo le persone, «pezzi che non siete altro»!

Ecco le immagini affascinanti che FdG tira fuori per darci e darsi conto, brevemente ché son solo canzonette, della sua artisticità e quello che sta dietro la definizione breve:



Per brevità chiamato artista
come una scimmia [elegante diminutio, ma che rimanda alla libera selvaggeria di cui inorgoglirsi] sulla schiena di qualcuno [per arrivare sulla spalle dei giganti? Dylan? fatti suoi?], come un uccello sul filo o un ubriaco per le scale [che evidentemente cammina proprio fra pezzi di vetro ed è difficile rimanere in piedi], che quando cade sa cadere e non si fa male o non lo fa vedere [che qualcosa sa fare, non vi preoccupate, non è solo un pazzo appeso a un pezzo (di filo)].

[e poi arriva la più bella espressione di doppia doppiezza, di mendacità e di trucco per le allodole] Doppio come una medaglia se fosse d’oro sarebbe cartone.

[E poi inizia con la prima cosa iperprevedibile]
Il cieco con la voce buona
e il muto che ci vede bene

[da qui in poi, per seguire il suo filo, Fdg non sta più sul pezzo, lo sgretola, infatti è un susseguirsi di lampi di genio e di tenebre di sciatteria; i versi notevoli e intelligenti sono inzaccherati da quelli che li seguono o precedono. In realtà nella strofa di mezzo ancora regge, ché sebbene la diade mediocre illuminista-cattolico, Fdg riesce a smontare e troncare non male due frasi fatte, ridandogli vita]:

che insegue il mattino alla luce del giorno
E dice pane al pane
e al vino.

[Ma poi riesce ad incorniciare un bellissimo verso con due fetecchie pre e post, ché lontano-vicino non si può sentire, Francé, davvero]

Doppio come l’ innocenza se fosse Abele sarebbe Caino
Antidoto senza veleno e alibi senza assassino
Perdonami se sto lontano e cercami vicino

E così ci si avvia alla conclusione, innanzitutto con riferimenti più espliciti a sue vecchie canzoni che d'altronde sta parlando di sè, e poi per chiudere ahimé in bruttezza inanella le ultime giustapposizioni fra versi Locomotiva (che hanno la strada segnata, donde la prevedibilità, la macchinicità) e versi Bufalo (che possono scartare di lato, pure cadere certo, magari al femminile essere truffaldini e falsi–chissà perché si dice così?- o fare mozzarelle all’uranio impoverito con cui alimenteremo le nuove costruende centrali nucleari, ma son vivi, imprevedibili nella corsa e dunque reali come poche cose al mondo).

Roba tipo:

Come un gatto dentro a un canile
Come un ladro tra i truffatori

Oppure

Doppio come un doppio gioco
se dice oggi intendeva domani

Insomma, mio amato FdG, ti ricordo che tu avevi scelto per i Bufali, erano quelli ad avere deciso l'avvenire dei tuoi baffi, nonché sorte e tuo mestiere, tu cacciavi per essere il migliore, non è che mi sei diventato vegetariano?

25 maggio 2008

De Gregori ed il principio di contraddizione


Francesco De Gregori
in giovane età mi introdusse ad uno dei grandi principi della vita umana, che inombra e trascende la pur tragicamente veritiera “regola dell’amico” di Pezzali, le regole sfigogene di Murphy o perfino la più neutra legge di gravitazione universale , ovvero il fondamentale principio di contraddizione. C’è un verso de La lega calcistica della classe ’68 che recita, anzi canta dei giocatori tristi che non hanno vinto mai e che

sono innamorati da dieci anni con una donna che non hanno amato mai.

Dentro questa frase mi ci iniziai a perdere a tredici/quattordici anni, mi immaginavo, mi chiedevo di questo innamoramento che non è amore, pensavo senza troppo capire alla falsità di sentimenti veri (?) che va oltre a quelle cose da romanzo, o da vita quando uno se la racconta, in cui il protagonista realizza che non ha mai amato la sua (presunta) amata. Qui infatti non si nega l’innamoramento, ma l’amore, non una roba del tipo «non ti ho mai amata», piuttosto «nel mio innamoramento non ti ho mai amata», e sta cosa mi affascinava perché seppur incomprensibile, contraddittoria linguisticamente e sentimentalmente, c’aveva una sua plausibilità per me, e non caso c’avevo proprio a che fare con la tristezza, con la malinconia del paradosso.

Una volta, in macchina con un amico, e stiamo parlando di quasi un decennio fa, mi ritrovai pure a difendere questa frase, che lui si ricordava in maniera diversa e che rigettava come impossibile e riformulava in maniera più coerente; ero sicurissimo di me nella panda bianca dalle parti di Prima Porta e ribattevo che era così come la trovate poche righe qui sopra, che ero pronto a scommettere somme enormi, ma dentro di me ero terrorizzato che avesse ragione, che uno dei pezzi fondanti della mia vitarella fosse un fraintendimento. Tornato a casa, e controllato con le mie orecchie che il verso era quello che ricordavo, fui soddisfattissimo, ed all’amico l’ho fatto presente qualche volta negli anni successivi a mo’ di ripicca.

Ieri sera c’era De Gregori da Fazio alla tivvì, e l’ha cantata. Sarà stato il pesto ingurgitato, lo scazzo, la prosaicità dell’età che avanza e concede meno alla fascinosa irragionevolezza (in realtà a me sembrerebbe il contrario), insomma, ho capito che forse, sottolineo forse, avevo frainteso il tutto, o per lo meno (salvo il salvabile) sia possibile un’altra lettura della frase adorata. Insomma, ieri sera ho capito che esiste una lettura prosaica e banalotta (e De Gregori all’epoca non era banale), ossia che ‘sti giocatori tristi fossero innamorati (verbo di stato, di sentimento) di donne che non amavano (verbo di azione), con cui quindi non si davano a baci, carezze, amplessi tantrici od anche fosse solo scambio di coppie in privé bui e fumosi. Per me i due verbi erano verbi di sentimento, di azione sì ma sentimentale, desiderativa , non avevo mai pensato, ma proprio mai per più di un decennio, che quel “una donna che non hanno amato mai” si riferisse a qualcosa di concreto, prosaico, al sesso, al contatto fisico, o più in generale all’essere riamati e compiere così il loro sentimento, per cui i giocatori tristi non sarebbero altro che dei desideranti che non ottengono mai –per dieci anni appunto, che qua i dieci anni e dintorni stanno tornando spesso- ciò che desiderano, la donna.

Ora potrei sperare di dimenticare tutto ciò in un bel sogno o dentro un’altra canzone, e un po’ sono tentato, in realtà non è che mi importi molto se davvero questo sia “il vero significato” del mio adorato verso, o di quale sia il suo reale significato, più che altro le due letture sono fuse nella mia testa, l’una sull’altra, forse ancora più contraddittoriamente, e non posso fare a meno di pensare al fatto che noi essere umani siamo l’unica specie animale che l’amore non lo impara facendolo, provandolo, ma piuttosto parlandone, leggendone storie, ché è da queste cose che si vede un essere umano, un essere umano lo vedi dalla confusione, dal desiderio e dalla fantasia.

22 novembre 2007

Mastro Lindo

C'è una canzone di Franceco De Gregori, del lontano 1989, dal titolo Bambini venite parvulos, che ad un certo punto recita:
«Legalizzare la mafia sarà la regola del duemila,
sarà il carisma di Mastro Lindo a regolare la fila»
Versi che mi son sempre sembrati profetici ed illuminanti di quello che è successo da queste parti negli ultimi 15 anni: l'immagine è calzante e funziona bene (calvizie + pubblicità, ma se vogliamo anche l'aspetto da filibustiere). Poi oggi ho scoperto che Luigi Crespi, l'ex tripputo ex sondaggista di Berlusconi, dice su Repubblica a proposito del suo capo
Pensavo di avere una qualche relazione personale con Berlusconi. Non sapendo che lui non è un uomo ma un'icona. Io lo chiamo Mastro Lindo
Effettivamente online le giustapposizione fra i due figuri son parecchie, da Beppe Grillo a bloggers vari, però sentirlo dire da uno che ci ha collaborato fa un po' più impressione.