03 dicembre 2009
Consiglio alle case editrici: libri, viaggi e (mia) nevrosi
questa volta viene dal tumblr, ché i vasi son comunicanti
Sarà pure una riduzione prosaica, un oggettivismo esagerato, un'incapacità mia di scelta e una voglia di portarsi a presso un pezzo di casa e di sè, ma in tempi di Ryan Air ed affini, di viaggi all'ultimo grammo, si potrebbero fare delle belle edizioni da viaggio, con i libri scritti in un bel carattere stretto, che occupi gran parte della pagina, senza quei margini ariosi, ma fitti fitti. Diceva Paolo Nori una volta -ora non trovo il link al volo, ché poi l'aereo parte- che le edizioni Russe sarebbero così, fitte fitte appunto, e non credo che i caratteri cirillici si prestino più di quelli latini. Perché allora non risparmiare carta e peso tutto insieme?
Oppure, ad avere il coraggio e la levità di un poeta, si potrebbe fare come Gregory Corso, che con amorevole cura e gesto sublime, quando era a Roma usciva di Casa con i suoi libri, e mano a mano che li leggeva ne strappava la parte letta e la buttava nel cassonetto -mi è stato raccontato recentemente, e questo aneddoto, questo racconto, anzi questa sua opera mi sembra un motivo sufficiente per leggersene tutta l'opera.
Oppure potremmo proporre una moratoria sulla pesatura dei libri da parte delle compagni aeree -non so bene che voglia dire moratoria, o se qui sia rilevante, ma suona bene, alza il morale e sembra universale.
Insomma qualunque cosa ma non fatemi scegliere, come faccio, 2666 pesa troppo, sono a metà lettura, ma lo finirò presto, troppo presto, e non vale la pena portare cotanto peso e finirlo dopo poco. Di Detective Selvaggi son praticamente alla fine, vado ancor di più allo stesso discorso, (ma quanto mi piacerebbe finirlo oggi in aereo), così come La casa ispirata di Savinio, che ho già letto ma sarebbe perfetto anche se un po' inquietante -vo' a Parigi. Per (non) parlare dei libri di Cavell, che non è che li posso lasciare qui da soli, ma me ne servono dei pezzi, e poi al ritorno avrò quelli che fra le altre cose vado a prendere lì.
Boh, rischia che ci rimane solo il Kindle [Nooooo]
30 novembre 2009
La svizzera verde
A me questo referundum svizzero che vieta la costruzioni di nuovi minareti mi fa venire in mente De Gregori, quando in Pablo cantava della «Svizzera verde», dove evidentemente però con la notazione di colore intendeva "leghista".
Ché De Gregori non è nuovo a queste previsioni, un po' di tempo fa, quando uscirono fuori le foto di Berlusconi in bandana, pensai a quel pezzo del 89 in cui cantava «Legalizzare la mafia sarà la regola del duemila, sarà il carisma di Mastro Lindo a regolare la fila», e ne parlai qui. Insomma, abbiamo trovato un nuovo Nostradamus, via alle esegesi.
18 novembre 2009
La famiglia Obama contro Thomas Pynchon
parola di Wiki*:
- la madre di Obama (1942-1995) era stata chiamata "Stanley", come suo padre, perché il padre voleva un maschio
- da bambina e da ragazzina veniva chiamata da tutti "Stanley". e non solo, visto che tutti i ragazzini la prendevano in giro "lei si scusava di ciò ogni volta che si presentava in una nuova città"
- finalmente al college, 17-18 anni, si inizia a far chiamare con il suo middle name, Ann (fiuu), ah, nel mentre era una stata una teenager tosta, indipendente, femminista, che metteva in dubbio l'autorità dei prof, atea o agnostica. stiamo parlando di una ragazzina degli anni 50.
- il padre e la madre di Barack si sono incontrati nel 1960 al corso di Russo (!) dell'università delle Hawaii (e Barack sr già aveva lasciato una moglie incinta in Kenya, ma ad Ann-Stanley lo dice tre anni dopo, sostenendo di essere divorziato). A 18 anni Ann-Stanley rimane incinta e si sposano.
-la sorellastra di Barack Hussein Obama, che mamma Ann-Stanley ha dal secondo marito Lolo Soetoro, si chiama Maya Kassandra.
- Ann-Stanley era un'antropologa, o meglio nel 1992, alla tenera età di 50 anni prese il suo dottorato in antropologia, nel mentre, dopo il secondo divorzio, si era viaggiata l'Indonesia, il Pakistan, fra microcredito, Peace Corps e qualche ONG.
- Ann-Stanley era una lontana cugina di Dick Cheney (sapevo della parentela, ora so pure da chi dipende)
- Ann-Stanley collezionava tappeti (batik) indonesiani e altri prodotti tessili, e la sua collezione nel 2009 è andata in giro per tutti gli States.
Insomma, con Stanley-Ann, bigamia, corsi di Russo, antropologhe femministe, etnie kenyane, Dick Cheney e soprattutto Kassandra con il K, direi che in questo scontro con Pynchon, o con qualsivoglia romanzo postmoderno, vince la famiglia Obama-Dunham**
*rendiamo grazie a wiki
03 novembre 2009
Soile Lautsi

Del caso odierno che vede la corte di Strasburgo intimarci di togliere i crocifissi dalle scuole, una cosa mi colpisce, ovvero che la querelante, la molla che ha portato a cotanta decisione, a siffatto scandalo, oltre ad essere una "madre", come viene riportato nei vari siti di notizie con un pelo di patetismo, sia anche e soprattutto finlandese, o di origine finnica -le fonti sono discordanti.
Ecco, io un po' di tempo fa avevo un amico norvegese, amante del pop di qualità e della buona musica, del buon vino rosso, della lingua italiana tanto da impararsela qui ben bene, e che ogni volta mi restituiva fresca e spiazzante - era estremamente colpito da quante volte gli dicessi "Mi raccomando...", insomma la frequenza delle raccomandazioni e l'ambivalenza della parola lo facevano sorridere della nostra terra, o almeno della mia parlata.
Insomma, il buon Roy una volta parlando dei Finlandesi mi disse che nei paesi scandinavi sono oggetto di barzellette come da noi i carabinieri, o come i belgi in Francia (credo), però con una vena di pazzia e follia che si univa a quella dell'ingenuità. Chiarì tutto con una battuta "Hai presente Kaurismaki? Ecco". Forse li chiamò i meridionali del nord, forse me lo invento io, ma nella meridionalità si mischiavano -si mischiano ora nella mia testa rievocata dal termine- malinconia, spossatezza e indolenza quanto la vodka secca e tagliente sulla pelle fine e arrossata da una certa intemperanza, da una certa follia silenziosa quanto assurda.
Ed ora io me la immagino quella gentile e folle signora -pur madre potrebbe essere anche signorina, non sposata, nubile, single o vergine, vero che le finlandesi son capaci di tanto-, la nostra Soile Lautsi, nome che nasconde chissà quali stralunati suoni, surreali emozioni e bizze di pronuncia, che lì, ad Helsink sud, alias Abano Terme, nel lontanto 2002 muove guerra, legale e quindi fredda, ma sempre guerra, alle bigotterie di uno stato caldo e molle. Si muove verso nord, Soile, non il suo di nord ma quello di Strasburgo, la "città delle strade", e di qui, ad Abano Terme, in terra di bianco e terme e cattolicesimo - vuoi mettere la vodka, la sauna e il loro nichilismo?-, attende e aspetta con la pazienza della saggia o della stolta, di staccare il crocifisso da delle mura su cui ha lasciato il segno e si è incrostato, che pur di non toglierlo direbbero che è portante, che crolla la scuola, la società, l'europa.
E sempre lei, eccola, con la sua causa vinta, la sua richiesta razionale, sensata e quindi inevitabilmente folle e parossistica in un paese (mondo? universo?) che non ama i sensi, le ragioni, eccola, Soile ha fatto sì che l'Italia entri in guerra, fredda e quindi per noi intollerabile, con l'Europa stessa, ed ecco che arriveranno gli embarghi, le condanne mondiali, le risoluzioni dell'Onu, forse perfino le bombe intelligenti. Finalmente una guerra di religione che valga la pena, una guerra contro la religione che si vuole piglia tutto, dai soldi, ai muri delle scuole come dei tribunali, ai voti, ai medici, alle coscienze come alle sue obiezioni, alle trasmissioni televisive che parlano di miracoli come se constatassero l'ovvio, insomma tutto questo finisce, finirà, inizia la guerra, i caschi blu, i sacchi di sabbia alle finestre, tutto per Soile, finnica italiana, come in un film di Kaurismaki.
p.s. i sette giudici della sentenza, ché anche a loro vogliamo bene, sono invece dell'Europa tutta:
Francoise Tulkens (Belgio, presidente), Vladimiro Zagrebelsky (Italia), Ireneu Cabral Barreto (Portogallo), Danute Jociene (Lituania), Dragoljub Popovic (Serbia), Andras Sajò (Ungheria), e Isil Karakas (Turchia).
26 settembre 2009
Tommaso Landolfi - Il Signor Bisognino e il Landolfo
24 settembre 2009
Accostamenti inconsapevoli, Guccini e gli Smiths

(che poi inconsapevole sì, ma mica tanto, che poi uno ne guadagna consapevolezza, o almeno un post)
18 settembre 2009
Tutto quel che abbiamo bisogno di sapere su dio

The Official God Faq
sarà politicamente scorretto, ma a me ha fatto ridere.
(mi raccomando non perdete il disclaimer in basso)
pAb
05 luglio 2009
Docce di realtà (virtuale)
14 giugno 2009
Referendum del 21 e 22 giugno 2009
L’attuale sistema elettorale italiano, entrato in vigore a fine 2005 e con il quale si è votato alle scorse elezioni politiche, è un sistema proporzionale (pesantemente) corretto. La correzione consiste essenzialmente nell’introduzione di un premio di maggioranza e di una soglia di sbarramento.
Sia alla Camera sia al Senato le liste in competizione possono presentarsi coalizzate per concorrere all’attribuzione del premio di maggioranza.
Per quanto riguarda l’elezione della Camera dei Deputati la coalizione che, a livello nazionale, raggiunge il maggior numero di consensi ha automaticamente diritto al 55% dei seggi totali. Riguardo al Senato della Repubblica, invece, il premio di maggioranza è attribuito a livello regionale, in ogni regione, quindi, la coalizione vincente avrà diritto al 55% dei seggi spettanti a quel collegio.
In entrambi i casi le liste elettorali sono bloccate e stilate dai partiti in lizza. Ciò significa che, una volta stabilito il numero di seggi spettanti a ciascuna lista, in ogni collegio, i parlamentari saranno selezionati in base alla propria posizione nelle liste. È consentito dalla legge, inoltre, il meccanismo delle candidature multiple, per cui un candidato può presentarsi in più di un collegio elettorale.
Le soglie di sbarramento sono variabili. Per quanto riguarda la Camera partecipano alla spartizione dei seggi solo i partiti che hanno raggiunto il 4% dei voti nazionali; nel caso, in cui, però una colazione superi il 10%, entreranno in Parlamento tutti i partiti di quella coalizione sopra il 2% e il primo dei partiti sotto tale soglia.
Al Senato il sistema è simile ma calcolato a livello regionale con sbarramento all’8%; per le liste apparentate in colazioni che superino il 20% dei consensi, invece, la soglia di sbarramento è fissata al 3%.
Sia per la Camera sia per il Senato il sistema non è completamente omogeneo riguardo al Collegio estero, alla Valle d’Aosta e limitatamente al Senato, al Trentino Alto Adige.
I tre quesiti referendari propongono la modifica dell’attribuzione del premio di maggioranza, con la conseguente variazione del sistema dello sbarramento, e il divieto di candidature multiple.
Procedendo per ordine:
Il primo quesito è riferito alla Camera dei Deputati e concerne l’abolizione del meccanismo di coalizione fra le liste in gara. Il premio di maggioranza, allora, sarà attribuito alla singola lista che avrà ottenuto più voti a livello nazionale. L’abolizione delle colazioni comporta anche l’uniformarsi delle soglie di sbarramento al 4%.
Il secondo quesito è volto ad introdurre lo stesso meccanismo per il Senato. L’abolizione delle coalizioni comporterebbe l’attribuzione di premi di maggioranza regionali alle liste più votate in ogni regione ed una soglia di sbarramento dell’8% regionale.
Il terzo quesito ha come scopo quello di abolire le candidature multiple.
Riguardo ai primi due quesiti, i promotori del referendum sostengono che tali modifiche garantirebbero una maggiore stabilità, favorendo coerenza e coesione, riducendo il numero dei partiti e favorendo la transizione verso un sistema bipartitico. Gli oppositori lamentano il fatto che un’ulteriore riduzione della rappresentanza della classe politica eletta in Parlamento si accompagnerebbe a una sostanziale immobilità del panorama politico. Il problema della scarsa coesione dei partiti di un’eventuale maggioranza sarebbe spostato sul piano della compilazione di liste comuni invece che degli apparentamenti di coalizione, allontanando sempre di più la composizione del Parlamento dalla realtà del paese e aggravando l’effetto distorsivo per cui una lista guadagna la maggioranza dei seggi a prescindere dalla percentuale di voti ottenuti. Tale riforma, inoltre, non andrebbe a intaccare due problemi latenti in questo sistema elettorale: l’instabilità dovuta alla frammentazione dei premi di maggioranza al Senato e la crescente ostilità dell’opinione pubblica nei confronti del meccanismo delle liste bloccate.
Impedendo a uno stesso candidato di presentarsi in più collegi, il terzo quesito è difeso dai promotori per eliminare il meccanismo per cui gli eletti in più collegi si trovano a poter arbitrariamente scegliere quale posto mantenere, decidendo, di fatto, fra i primi esclusi di quei collegi, i futuri Parlamentari. Se tizio viene eletto nei collegi A (dove il primo non eletto è Caio) e B (dove il primo non eletto è Sempronio), sarà solo Tizio a decidere chi tra Caio e Sempronio dovrà diventare Parlamentare della Repubblica.
07 giugno 2009
Sono un instant poll, o qualcosa del genere
(pari pari dal tumblr gemello, che time is a jet plane, it moves too fast)
sono appena stato intervistato telefonicamente dall’ISPO riguardo le elezioni di ieri e oggi, insomma non sono un exit poll visto che ero in casa, ma di sicuro un poll(?!), forse questi “instant poll” di cui si parla oggi.
a futura memoria, ovvero mentre stasera si imprecherà per le difformità fra previsioni e realtà pensate a tutto ciò, ecco qui criteri e le domande, innanzitutto il sesso, ché cercavano specificatamente un maschio.
poi la signora/ina, di nome Mariella, mi ha chiesto età e titolo di studio, quest’ultimo in modo generico tipo diplomato/laureato od affini senza specificare in che, al che mi ha detto «aspetti che elaboro i (tre! quattro se ci mettiamo che sapeva dove io vivessi dal numero telefonico) dati ed il terminale mi dice se è oggetto del campione».
da campione quale mi sono rivelato e rilevato (ole!) mi ha chiesto in che modo mi fossi informato nelle ultime settimane -radio, tv, cartelloni, volantini- e se avessi provato a convincere qualcuno a votare. L’unica cosa che interessava era “sempre/qualche volta/mai”, insomma la frequenza.
mi ha chiesto per chi avessi votato -Sinistra e Libertà per la cronaca-, a che ora, se avessi votato a tutte le ultime elezioni -senza specificare quali- e per chi avessi votato alla Camera l’ultima volta, e quando avessi deciso di votare per il tal partito, una settimana prima, uno/due mesi prima, o “da sempre”, e poi come mi collocassi nello schieramento politica, se sinistra o centro-sinistra.
poi con una domanda arzigogolata -bella parola tra l’altro- mi ha chiesto con quale frequenza, a parte matrimoni e funerali, andassi in chiesa od in altri luoghi ad esprimere altre fedi.
bah, è strano ma nello scrivere tutto ciò a mia futura memoria mi son trovato asettico e schematico come nell’intervista, sarà anche la fretta, lei due minuti a domandare e io cinque qui a trascrivere
19 febbraio 2009
Classifiche
Il signore su via Cavour che lancia il pallone e lo stoppa fra collo e schiena con un sorriso attento, di destrezza, mi augura una donna russa. Ringrazio e ingenuo gli chiedo se è russo, No, rumeno, e continua, Le conosco, le russe sono le donne più belle al mondo, poi le ucraine, breve pausa a soppesare e valutare, poi le venezuelane e poi le brasiliane, al che smorfia del tipo ma su, dai, vabbé, concediamolo, e continua, poi argentine e italiane anche. Non ancora soddisfatto, sempre con un sorriso gentile, mi dice che noi no, non siamo i più belli, sai quale sono i più belli?, no, i più belli sono gli armeni, due, tre milioni di uomini* tutti alti, con occhi neri come olive nere e marroni. Fa piacere parlare con degli esperti.
*wiki dice che in tutta l'armenia sarebbero un paio di milioni, ma il signore sembrava più credibile
24 gennaio 2009
quanto la tangenziale ti regala un quarto d'ora, ovvero usare le basiliche come scorciatoie
Stavolta, per dire, sono andato subito avanti, verso l'abside, mi attirava questo trono centrale che d'altronde sta lì a posta, e c'era questa atmosfera tra il film fantasy e l'impero (romano? non proprio), con la cattedra papale, chiaramente di molto più moderna del bellissimo mosaico che ci sta sopra, che suona e riflette opaco, di un color oro cupo, di sproporzioni e di mostri da tardo medioevo. Sembrava un set, un bel set moderno, con le luci giuste, finte di quel finto che ci credi, e poi il trono -nel mondo, nelle chiese, nei ritagli di tempo dati dalla tangenziale, ci sono stati e ci sono i troni, ma pensa te- il trono tutto isolato dal resto, dalle panche di legno messe ai lati, che ci saranno passati dei metri di distanza, bianco ma non candido, bianco imponente incorniciato in oro-aureola, con di base quattro gradini che si restringono sempre più, tipo piramide a gradoni, tutti belli fregiati che davano proprio questo senso di potere ma pure di sacro. E devo dire che ero conquistato, aspettavo che da qualche porte arrivasse qualche cavaliere, qualche messere o giullare, qualche dama da corte, qualcuno pronto a farsi nominare qualcosa dal trono stesso, che era così bello, stabile, schietto e ispirato che poteva fare tutto da solo, senza quegli orpelli che ci mettono sopra tipo i re o peggio ancora i papi re -che poi penso ora che scrivo, più allora che vedevo, quando si dice salire al soglio pontificio, beh mi sa che ci si riferisce a questo di soglio/trono, no, così almeno so con chi prendermela.Insomma stavo lì che aspettavo di sentire un bel rumore di armatura, spade e lance da benedire, un bel misto fra barbarie e stendardi, un clavicembalo, insomma tutta roba da palazzo più che da chiesa, ed effettivamente la cosa che mi piace di più di San Giovanni, della basilica dico, è che non è poi tanto una chiesa, tant'è che ogni volta che ci finisco in realtà vado lì con un unico fine, vedere se pure quest'altra volta, in questo altro giorno, qualcuno la usi semplicemente come passaggio, come modo per tagliare dalla piazza dove sta il battistero che è la vera piazza San Giovanni, e la piazza del concertone che è piazza di porta San Giovanni (distinzione appena scoperta in rete, ché so' ignorante). Se si entra dal lato destro del transetto e si esce dall'entrata principale, o pure viceversa che in chiesa non c'è senso di marcia, si risparmia la circummavigazione di tutto il complesso del palazzo, qualche minuto a piedi, e visto che il razionale è reale, beh c'è chi lo fa. Così da qualche anno, da quando in uno degli anticipi da quelle parti mi capitò di vedere tre o quattro persone che entravano spediti e così riuscivano, il mio piccolo gioco personale è vedere in quanti lo facciano nei pochi minuti che sto lì. E' che la trovo, boh, una cosa divertente, anzi no, stimolante, che ci si potrebbe pure giocare fra "chiesa", "luogo" e "passaggio", su riappropriazione del terreno e contemporanea completa e per me strana indifferenza a quello che c'hai attorno, dà proprio da pensare e da sentire questa "scorciatoia religiosa", e io ci gioco spesso quando sto lì, e mi rimpallo le cose in testa, ma ora sto qui e quindi ve le risparmio. Insomma in questo altro giorno, dico quello che è diventato 'sto post, alla fine, ma proprio alla fine che stavo quasi per passare dall'anticipo al ritardo, prima due signore, una con i tacchi un po' rumorosi e l'altra o forse la stessa che lasciava una traccia di profumo proprio forte, si son fatte la navata di destra senza guardarsi attorno, dritte per dritte, e dopo il rapidissimo segno della croce di una, sono uscite. Poi un signore giovane che però ti veniva di dargli del "signore", con tanto di valigetta, con la faccia da seminarista ma che mi sa che seminarista non era, con le cuffiette alle orecchie si è fatto lo stesso percorso senza segni di croce o altra interazione con il sacro ed il profano del luogo.
Al che, dopo queste ennesime conferme di non so che, uscii soddisfatto a riveder la pioggia.
15 gennaio 2009
L'ACCADEMIA COME GIOCO DELL'OCA
È online il nuovo numero della rivista Nuvole: L'ACCADEMIA COME GIOCO DELL'OCA. Lo speciale dà voce a un gruppo di (cosiddetti) "precari della ricerca" dell'Università di Torino, che hanno deciso di abitare lo spazio di intervento politico, offerto dalla redazione, in maniera non programmatica ma esplorativa. Avviare una vera e propria indagine sulla ricerca è un modo di esprimere dissenso nei confronti delle recenti manovre del governo, delle semplificazioni propagandistiche (e dello scandalismo volgare) che investono il dibattito sull’università, ma anche un piccolo tentativo di contrastare il senso comune che nega l'utilità pubblica della ricerca.La ricerca scientifica costituisce un obiettivo polemico fin troppo comodo. Rispetto a ospedali e scuole, il suo valore è meno evidente nella percezione della stragrande maggioranza dei cittadini. Proprio come la Welfare Queen di cui parlava Ronald Reagan durante i comizi elettorali che nel 1980 l'avrebbero portato alla presidenza degli Stati Uniti: una donna grassa - dove "grassa" in realtà stava per "nera" - che andava in giro in limousine a spese dell'assistenza sanitaria pubblica. Come a dire che, se lo Stato la smette di dissipare a destra e a manca per scopi assistenziali, sarà finalmente possibile riconoscere e premiare il merito. La storia è falsa, a testimoniare che l'ossessione per gli sprechi del pubblico viene gonfiata a furia di iperboli, al bar come sulle prime pagine dei giornali; in secondo luogo, essa si fonda sull'uso di una caricatura che viene innalzata a rappresentazione del sistema.
Perché L'accademia come gioco dell'oca? La metafora di un vecchio gioco di società, che esiste da cinquecent'anni, ma cambia leggermente ad ogni nuova edizione, propone una descrizione del mondo universitario dall'interno, registrando la sovrapposizione di circostanze, regole e attori che configurano lo scenario su cui si abbattono i recenti tentativi di riforma. È un percorso ad ostacoli, dove occorre esaminare tabellone, giocatori e regole.
Per leggere il numero: www.nuvole.it
Per informazioni e commenti: ricercatoriumanisociali@gmail.com
05 novembre 2008
Miss America & Mr Obama (goes to washington)

Quando ero bambino, sarà stata la prima elezione di Clinton, mi ricordo andai
in un bar e sentii un po' di gente che parlava delle elezioni americane, erano quella notte e loro sarebbero stati svegli a vederle. A me sembrava proprio una cosa strana, bizzarra, che qualcuno stesse sveglio la notte -sempre stato pigro- per l'America, per una cosa molto lontana e strana, e da bambino forse mi attirava più di quanto mi attiri adesso.
Poi stanotte ho fatto nottata, l'avevo fatto solo per le elezioni nostrane, e mi son trovato a seguire siti vari americani ed un po' di borghesia blogger-chic (di cui ogni tanto uno rischia di far parte), quella un po' eccessivamente innamorata di Barack. E stavo lì a sentire "hanno chiamato (che vuol dire assegnato) la Virgina", "qui il distacco è in double digit (doppia cifra, presa dallo sport st'espressione)", e speravo proprio che ce la facesse. Ci speravo molto più di quanto pensassi, e non solo per il terrore per McCain, vecchiaccio guerrafondaio ed iperliberista. Poi magari fra vent'anni guarderemo ad Obama e ci ricorderemo di come abbia dato il colpo definitivo alla trasformazione della politica in spettacolo, o peggio in religione. Però almeno è stato un bello spettacolo. Che con noi non c'entra niente, sia molto chiaro, come dice l'immancabile Leonardo, lucido ed affilato:
Paradossalmente l'exploit di Obama in Italia è impensabile proprio perché noi andiamo a votare quasi tutti. Non c'è nessun ventre molle in cui affondare. Le parti sono fatte più o meno dal 1994: metà centro-sinistra, metà centro-destra. L'alternanza non la fanno i cosiddetti indecisi, ma i transfughi, le leggi elettorali in continua evoluzione, le composizioni e scomposizioni di alleanze e cespugli, e infine gli astensionisti (che spesso praticano un astensionismo consapevole e selettivo: rifondaroli delusi da D'Alema nel 2001, berlusconisti mosci nel 2006). Il fatto che una democrazia iper-partecipata non sia per forza una buona democrazia è di un'evidenza che personalmente mi schianto
Comunque io oggi sono contento, molto contento per questa elezione di Obama, anche se non so e non penso che porterà il cambiamento che potrei sperare. Però ha già portato un cambiamento, un enorme cambiamento, quello che dicono tutti, che fa commuovere, quello razziale. Molti degli afro-americani intervistati ripetono "ora abbiamo un modello per tutti i bambini, sanno che possono farcela", e sta cosa è più vera del vero, purtroppo abbiamo ancora bisogno di modelli antirazzisti. Anche in varie parti dell'Africa ci sono feste e giubili, perché giustamente in molti la sentono come loro vittoria.
Nella soddisfazione e un po' nell'invidia per gli americani, così naïf da poter ancora credere in qualcuno, non posso però rammaricarmi per il fatto che la "proposition 8", ovvero il referendum per abrogare il diritto dei matrimoni omosessuali in California, pare sia praticamente passato, ahinoi con il grande contributo della comunità afro-americana.
L'amico Nullo riporta questo commento:
There is something so indescribably wrong about voting to remove the barriers of one injustice, while simultaneously voting to shore up the barriers of another.e poi chiosa amaro -era pro Hillary, capitelo:
much more simply, this might show that people, even in ultra-liberal California, did not vote for Obama to tear down the racial wall.
04 novembre 2008
Obama visto da qui, periferia dell'impero

Sulla stampa di ieri parecchia destra nostrana, da Frattini a Chiara Moroni, si schierava con Obama con improbabili paragoni con Berlusconi, e il Giornale, marciandoci ma neppur troppo, scriveva netto che Obama non è di sinistra, né di destra, ma post-ideologico, post-razziale, bipartisan. Oggi la confidustria, alias il Sole 24 ore, alias Stefano Folli, scrive che Berlusconi si prepara a fare di Obama il nuovo Blair, che paura. Il manifesto invece, con quel fine americanista -se si dice così- che è Marco D'Eramo, nello schierarsi con Obama, legge le elezioni di oggi come un referendum sul razzismo, sull'economia ché perfino «il moderatissimo Obama è stato accusato di socialismo», e sul genere -vedi Hillary Clinton e Sarah Palin. Insomma il manifesto vede in Obama, pur conscio del suo scarso progressismo, una possibile frattura al neoliberismo, anche se come scrive bene la Rossanda è più una speranza che una previsione basata sulle dichiarazione del candidato Obama. Certo, dico io, sarebbe bello che quell'ideologia nata a Chicago con Milton Friedman venisse spazzata via da un nero, anzi un meticcio che è meglio, e che proprio a Chicago ha fatto il community organizer. Ma questo son io che voglio fare il romanziere, in realtà nemmeno ci spero lontanamente.
Ieri sera da Gad Lerner, all'Infedele, ho sentito definire Obama in vari modi, un intellettuale, che mi pare eccessivo, un leader post-razziale, un uomo del cambiamento -nessuno specificava "in meglio", ché si può anche cambiare in peggio-, uno che non appartiene alle elite dei vari partiti, insomma un po' di tutto. L'unica cosa veramente interessante l'ha detta Gabriele Romagnoli, spiegando che visto che mr Barack Hussein Obama, per storia familiare e soprattutto colore della pelle, non poteva far scattare l'identificazione con l'elettore medio, non poteva far scattare l'effetto "sono come te", "sono quello con cui andarsi a bere una birra", ed allora ha puntato all'effetto messianico, dall'alto, all'uomo nuovo. Ad un vecchio uomo nuovo dico io, con il suo essere bipartisan in maniera ideologica, centrista e religioso, devo dire che però si è costruito proprio bene l'immagine, fra Kennedy e Regan, con un intelleginte gioco di celebrità.
Comunque, anche da qui, dalla terra che ha copiato pure il nome del partito americano, oltre che gli spostamenti a destra, forza Obama, pur tutti i se ed i ma che da sinistra verrebbero da fare. Mi viene in mente Chomsky -il quasi guru della sinistra ribelle americana- che nello scontro fra Kerry e Bush invitava a votare per il primo, nonostante le non eccessive differenze fra i due, perché il potere, il potere di un presidente americano, è un tale effetto moltiplicare che da piccole differenze di partenza si arrivano a grosse differenze per il mondo. Speriamo che questa volta le potremo davvero vedere.
03 novembre 2008
Arrivederci (al festival del film di) Roma
Ché io non c'ero mai stato ad un festivàl del cinema, intendo in pianta stabile con l'accredito, rimediato per altro, ma poi ho scoperto che volendo uno in qualche modo se lo fa.- i biglietti c'hanno tutti scritto sopra Vietato ai minori di 18 anni, ché visto che sti film che vanno ai festival non hanno ancora passato il visto della censura. Che uno si tende a dimentircarlo, ma all'Italia c'abbiamo la censura.
- Se facevi la rush line, che vuol dire che se hai un badge fai la coda e se ci son posti in sala ti fanno entrare, entravi a tutte le proiezioni e incontri. Ed intendo proprio a tutti, per lo meno in questo festival mai frequentatissimo la rush line è sempre entrata tutta o quasi, tranne forse da Pacino o cose simili.
- I ragazzini per High School Musical erano assatanati, letteralmente, posseduti da qualcosa, che poi le protagoniste ed i protagonisti non so nemmeno bellissimi o roba simile. Comunque per la prima con qualcuno degli attori c'è stata la guerra dei posti, degli accrediti, dei politici. E poi al giorno clou c'erano dai bambini di 7/8 anni, non di più che già così è troppo, ai sedicenni.
-Quasi mai la sala era piena
-E' bellissimo vedere un film non sapendone quasi niente -quasi, dico, perché sennò uno finirebbe a vedere pure High School Musical-, e farsi prendere da un po' di girare del caso, fra proiezioni che si incastrano ed uno vede un po' dove lo porteranno gli orari.
-La maggior parte dei registi intervenuti -Assayas e Greenaway forse i più interessanti- c'aveva na voglia di parlare, di parole, che poi ti spieghi perché in molti scrivono libri, o anche film a pensarci bene.
- La mia personale classifica del festival, almeno di quello che ho visto, che per gran parte non era in gara, è Chinese Coffee, film di qualche tempo fa di De Niro di cui al primo giorno, poi il docu-film-mentario Stolen Art di Simon Backès, di cui al sesto giorno, e poi Serce na dtoni, di Zanussi di cui al penultimo giorno
- Il pubblico, insomma noi pubblico, non è male, ma potrebbe fare di più. Troppo caciarone, troppe domande banali assai, o paura di farle.
- L'organizzazione, boh, poteva fare di più in ogni senso, l'unica sezione veramente bella era quella Altro Cinema (complimenti a Mario Sesti e soci), quello che son mancati son proprio i film "tradizionali", narrativi, tutti abbastanza deludenti -non ho visto Appaloosa e dicono che quello riscattava un pò il tutto, e forse pure un po' Winspeare con Galantuomini.
- Non ho mai votato per un film, pur potendo in quanto parte del pubblico, che sta cosa della gara mi fa impressione, e poi le cose belle erano tutte fuori gara o quasi.
- I giornalisti so meno peggio di quello che un pensa, ma comunque non son granché
- Le attrici, quelle belle, beh viste dal vivo so' proprio belle.
- Tre o quattro film li ho interroti in mezzo, all'inizio, verso la fine, per la coincidenza con altre proizioni. Mi pare Schattenwelt -roba di Raf in Germania, ma non Baider Meinhof che sembrava troppo la Banda della Magliana-, Exodus, un documentario sull'album omonimo di Bob Marley, e qualcos'altro che non ricordo. E come diceva già Pennac dei libri parecchio tempo fa, beh si può fare, interromperli e andare avanti, altrove.
- Essendo un festival mi sentivo più legittimato a vedere film da solo, sottile arte altrimenti da me pratica pochissimo, e mi sa che debbo continuare a farla sta cosa, a farmi un festival personale in testa.
- Ogni tanto, con Rocknrolla -yeah!- soprattutto, sopraffatto dalla fame avrei voluto dei Pop Corn.
- E' bello quando i film ti si mischiano in testa, le coincidenze le ri-monti insieme e ti fai un film tuo, da cui vieni scavalcato,
- Più film vedo al giorno più sono contento, ma devono essere in sala, col buio.
- L'anno prossimo ci torno sicuro, però così, ad immersione piena.
01 novembre 2008
Diario del vostro blogger infiltrato al festival del film di Roma 2008 - giorno 9 e 10
questi ultimi due giorni sono stati due soli film, che tra la manifestazione di Giovedì -bella, pienissima, ed io mi commuovo quasi sempre alle manifestazioni, che quasi ci credo che qualcosa non è perduto, meno male che non si son visti i fascisti-, il dentista, altri impegni e l'inedia, beh due sole proiezioni. Una al giorno, entrambe in serata.
Giovedì Serce na dtoni di Krystof Zanussi, ovvero A Warm Heart, od in italiano Col cuore in mano, divertito ed ironico racconto, con punte molto nere e di sarcasmo spassoso, indove si racconta "come un gatto si sostituisce al destino" (questa è di Mereghetti dal corrierone), ovvero di come lo spietato ed attempato miliardario Kostanty -interpretato da Bodhan Stupka, attore ucraino eccezionale-, uno di quegli oligarchi spuntati come funghi (velenosi) dopo la caduta del comunismo ed affini, cerchi e forse trovie un cuore per il trapianto necessario dopo una vita d'eccessi, il cuore di un povero ragazzo ridotto all'osso , licenziato per eccessiva bontà, dal candore ingenuo e dal volto espressivo, e che tenta da un po', senza riuscirci, il suicidio.
I due caratteri -ed i due attori che gli danno corpo- sono quasi all'opposto, in un'opposizione netta che rimanda alla favola: innanzitutto c'è il miliardario criminale che tutto può, arrogante anche verso la morte, che umilia i collaboratori, i dottori che gli vietano il fumo e gli stravizi. Nel disporre della sua futura eredità, in una scena fulminante, dovendo decidersi su come danneggiare il più possibile il mondo dopo la sua dipartita, scartando Al Qaeda -«hanno i petrol-dollari»-, la droga -«è da lì che vengono i soldi, non facciamoceli tornare»-, alla fine sceglie per il Decostruzionismo, filosofia post-moderna abbastanza nichilista, con annesso filmato su internet in cui il filosofo di turno nega l'esistenza di Dio, del bene, del male ed affini. Così il nostro caro boss decide di finanziarli con diverse borse di studio- Zanussi è un bel cattolicone, e quindi magari ste cose un po' le pensa davvero, ma fatto sta che sta scena è geniale.
Dall'altro lato della vita, e del film, c'è il giovane ex commesso Stefano, ex studente di filosofia (ma guarda un po'), un po' un nuovo Candide, anche se all'opposto, con un delicato ma nettissimo pessimismo che lo porta a decidere di uccidersi. Dopo infatti aver perso il lavoro, e con la ragazza in partenza per l'Irlanda, Stefan decide di farla finita, con qualche ripensamento che però il Boss fa tutto per eliminare, cercando di farlo accompagnare al grande passo da Angelo, uno dei suoi scagnozzi migliori, con fuori l'ambulanza pronta a prendere il corpo caldo.
Non andrà come previsto, il che è ovvio, ma Zanussi, sta volta che decide anche di far ridere, ci fa proprio fare. Spero che esca qui da noi.
Il giorno dopo film diverso, mondo diverso, risate ma più grasse ma comunque buona dose di causticità anche qui e con qualche legame. Rocknrolla -ogni volta che lo pronuncio, scrivo o penso mi viene da aggiungere un YEAH!- film di Guy Ritchie, l'ex di Madonna ché almeno è rinsavito da quell'errore, che ritorna nuovamente sul sottobosco criminale inglese e londinese, come nei suoi dirompenti primi film The Snatch e Lock & Stock. Questa volta intreccia la storia del Wild Bunch -bella citazione-, un gruppo di criminali di medio livello, professionisti affidabili direi, con quelli di Johnny Quid, una rockstar sotto crack e dalle molte morti annunciate, chiaramente modellato su Pete Doherty, ed il di lui padrino boss della mala londinese, e per non farsi mancare un legame con il film di Zanussi, pure uno spietato ed iper ricchissimo e mafiosissimo oligarca russo, che organizza i suoi meeting d'affari nella zona vip di uno stadio di calcio, insomma è Abramovich.
Tra truffe, contro truffe, amicizia fra criminali ed omosessualit, debiti, alta finanza e palazzinari, scene di violenza veramente intelligenti, in cui si vede poco e niente, ma si sente pompare l'adrenalina più dello sguardo che di altro, beh Rocknrolla -yeah!- è proprio un bel film. Cazzuto, ma ironico, non troppo fallico, pur con la colonna sonora che pompa alla grande ed un gran bel cast -Tom Wilkinson, vecchio attore inglese di affidabilità totale, Gerard Butler, che dopo 300 per fortuna qui recita, una affascinantissima Thandie Newton da brividi e tanti altri. La regia, ipercinetica quando serve, non sempre legata alla narrazione lineare, è molto ironica, secca quanto basta e poche concessioni al patinato, sempre incollata alla trama -Ritchie l'ha anche scritto il film- che gira perfettamente fra peripezie e sorprese. Tanto per dirne una, l'unica scena di sesso del film durerà 20 secondi, in cui compaiono solo le aperture delle zip, le facce orgasmanti dei due, dopo i diversi e ripetuti atti ché questi so film, e poi chiusura delle zip ed annessa sigaretta. A, e poi gli applausi miei e le risate del pubblico in sala che rispetto a quello di Zanussi era quattro o cinque volte tanto.
31 ottobre 2008
Diario del vostro blogger infiltrato al festival del film di Roma 2008 - giorno 8
8° giorno Mercoledì 29 Ottobre
Si parte con Kill Gil volume 2 e 1/2, il documentario lascito di Gil Rossellini, figlio di Roberto. Colpito quasi quattro anni fa da un infezione fulminante e rarissima che lo ha paralizzato alle gambe, oltre che avergli devastato l'organismo dopo averlo ridotto per oltre un mese in coma. Non ho visto i due precedenti volumi, che hanno girato per festival e ottenuto discreta visibilità, questo purtroppo è in tragica continuità con entrambi, visto che continua il calvario di ospedali, decine di operazioni, dolori tremendi. Già il secondo volume voleva essere quello del ritorno alla vita normale, al suo mestiere di regista di documentari dopo una vita "avventurosa" che lo aveva portato a suonare come musicista professionista, a fare il corridore automobilistico e viaggiare il mondo. Purtroppo nè il secondo volume né questo secondo e mezzo raccontano il suo aspicato ritorno ad una forma di normalità, quest'ultimo si conclude il giorno prima della sua morte, il 3 ottobre scorso-lui stesso ne stava montando una versione ovviamente diversa. Questa stessa serata, con molti familiari, amici e medici presenti, era stata pensata e voluta da Gil stesso, ed il documentario doveva raccontare tutt'altro, ma purtroppo il grave peggioramento a fine agosto, l'amputazione della gamba successiva, hanno fatto sì che non ce l'abbia fatta, ed in sala c'era questo senso profondo di lutto, di mancanza. E' un documentario-diario molto tosto, sincero e mai retorico, con sprazzi di ironia commovente -quando decide di battezzarsi commenta con la sua voce malferma «non è questo il luogo per dare spiegazioni» e parte in sottofondo la musica di Jesus Christ Superstar-, con un montaggio alternato fra ospedali e festival del cinema, da Maiori a Doha, in Qatar, invitato al festival di Al Jazeera.
Nell'ultimo anno e mezzo riesce anche a produrre il suo primo lungometraggio in HD, quello di un concerto della Dizzy Gillespie Jazz Band. Un uomo così determinato in vita mia non l'ho quasi mai visto, lucidissimo, con una voglia di vivere in pieno incredibile, che progettava il suo futuro come "attivista radicale per i diritti dei disabili", che sperava ardentemente che Tarantino gli facesse causa. Mostra anche senza remore, ma senza indulgere, alcune delle sue 45 operazioni in tre anni e mezzo, scene forti, tant'è che in sala sono svenute due persone, ma non si riusciva ad interrompere la proiezione ed accendere le luci per stupidità di un'organizzazione pessima.
Gil Rossellini ci mostra anche quando si trova lui stesso a decidere se amputare la propria gamba quasi cancrenizzata, il tutto in maniera molto schietta, molto secca e netta, catturato in qui precisi momenti, ma con una voce dal di fuori che se possibile era ancora più asciutta. Quando gli chiedono, mi pare in un'intervista televisiva, il perché abbia fatto tutto questo, questi tre film, racconta come al risveglio dal coma trovò la sua telecamera sul comodino, ed inizio a riprendere ciò che vedeva.
Lo vediamo per l'ultima volta in carrozzina, con un gamba in meno ma un gran sorriso mentre gioca in un parcheggio, il giorno prima della sua morte. Sui titoli di coda scorre la sua esibizione alla libreria Bibli di Roma, dove in duo con un altro chitarrista suona Wish You Where Here.
«Perché l'ho fatto? Perché sono un documentarista e non potevo non fare un documentario sulla cosa più interessante che mi fosse capitata»
In serata c'è Effedià, documentario omaggio a Fabrizio De André, con Dori Ghezzi -l'ha prodotto lei- e Cristiano De André in sala. Diretto da Teresa Marchesi, una delle giornaliste di spettacolo del tg3 -sti comunisti, entrano pure nei festival dei fasci-, in cui essenzialmente De André parla sempre in prima persona, in un montaggio di interviste e fuori onda - sempre della Marchesi, che era pure amica- che in realtà se siete amanti de Il Cantautore per eccellenza è probabile che abbiate già visto. Molto bella la parte in cui De André parla con grande affetto e senza paternalismo dei nomadi, dei rom, molto attuale soprattutto, anche troppo visto che la Marchesi non lesina nel farci vedere le immagini del campo rom bruciato nel napoletano in maggio - anche se ci sta, fa bene a farle vedere 'ste cose. Completamente inedita, per me almeno, la parte in cui parla del suo sequestro -di suoi commenti in merito ce ne sono pochissimi- dove arriva a giustificare sentimentalmente, ma non moralmente, i suoi rapitori, vecchi pastori che «una volta vivevano seguendo semplici 24 regole, e poi si son viste arrivare le leggi sabaude, e poi le mercedes» (sì, ok, forse la prende troppo alla larga e poi accelera). Comunque il tutto non regge, troppo televisivo, banalotto, nonostante le parole di De André stesso, che però rischiano di consumarsi se le mandano a ripetizioni, sempre quelle. Per dire, nessuna ricostruzione biografica, nessun approfondimento sulla sua -tormentata- figura. Sembra un santino. Su Youtube si trova materiale a volte più interessante-qui vi metto un bel video.
Nella sezione dedicata a "Fabrizio e gli altri" -una cosa del genere- mica c'era, per dire, un Villaggio che raccontasse gli scherzi giovanili e le scorribande da discoli, o le comune passioni giovanili -e per De André non solo- anarchiche. Mica hanno intervistato Massimo Bubola, suo grande collaboratore con cui scrisse fra le altre Don Raffaé, Fossati o De Gregori, che hanno entrambi scritto un album con lui -ma pare che abbiano litigato con De André all'epoca ed ora la Ghezzi continui, dato che non li ha invitati nemmeno nell'omaggio del 2000. Od anche il grande Massimo Pagani, suo arrangiatore, musicista, co-compositore, uno che ha messo in piedi al 50% quel capolavoro incredibile che è Creuza de Ma. Od anche lo stesso figlio lì presente, Cristiano, fine musicista, che ha suonato col padre dal vivo e non solo per più di un decennio. No, non hanno intervistato questi, ma Fiorello, che non l'ha mai conosciuto, e che ne canta una canzone.
Unico altro momento degno di nota è Wim Wenders, che si dichiara suo grandissimo fan, che lo "equipara" a Leonard Cohen, Van Morrison e Brassens (non mi ricordo se ha detto pure Dylan), e racconta del suo incommensurabile amore -ne ha usato una canzone nella colonna sonora del suo ultimo film su Palermo-, di come tenti di esportarlo in giro nel mondo. Addirittura di come un grande produttore di rock americano -non ricordo il nome- sono anni che tenti di organizzare un grande concerto tributo a New York con artisti internazionali.
A tarda serata c'era anche il film tratto dal romanzo di De André, intitolato Amore che vieni, Amore che vai. Ma ho temuto una bufala, e sono andato a vedere Pride and Glory con Colin Farrell, Edward Norton, e Join Voight. Il regista non so chi sia e non lo voglio sapere, che é un film inutile, storia di poliziotti corrotti in cui svetta Norton, ma che è uno spreco di telecamere, di interpretazioni e di stereotipi, ché Hollywood c'ha proprio soldi da buttare per questo film né bello né brutto, inutila appunto. Forse questa deve essere una nuova moda, una nuova estetica, l'inutilità, ma purtroppo non sembra consapevole, ché sarebbe meglio.
Frammento de sinistra: Renzo Rossellini, fratello di Gil, che ricorda come Gil abbia fatto questo documentario per far sì che il nostro sguardo spaziasse sulla condizione umana di molti, su cosa succede nel mondo. Ed al che sottolinea come ora ad esempio non si possa non guardare a quanto stanno facendo gli studenti, gli universitari, gli insegnanti.
Frammento cinephile (du role): qui il ruolo è quello del medico, che accorso da uno dei due svenuti durante la proiezione di Kil Gil, commenta divertito «Beh, si vede che il film funziona»